ROMA. «Stefano avrebbe donato i nostri embrioni alla scienza, era molto generoso. I giudici hanno detto che non si sa quale sarebbe stata la sua volontà. Ma io la conosco». L’ amarezza non spegne il tono battagliero nella voce di Adele Parrillo, 51 anni. Parla al telefono, lentamente. Da giorni respinge ogni contatto, risponde “Lasciatemi stare, questo è un incubo senza fine”. Ma è una donna gentile, cortese e ferma nel suo dolore.
«Mi torna fuori tutta la rabbia», sussurra. Adele era la compagna del regista Stefano Rolla, ucciso nella strage alla base italiana di Nassiriya, in Iraq, il 12 novembre del 2003. «Ma non chiamatemi la vedova di Nassiriya, non lo sopporto. È un’etichetta che mi è stata appiccicata, che cancella la mia vera identità e mi imprigiona. Io sono Adele Parrillo, cornpagna di Stefano Rolla, e basta». Giovedì scorso la Corte europea dei diritti dell’uomo ha rigettato il suo ricorso per donare cinque embrioni congelati alla ricerca. Torniamo indietro di tredici anni, al 2002.
Come tante coppie Adele e Stefano desiderano un figlio, ma non arriva. Si sottopongono a una cura per la procreazione medicalmente assistita e congelano cinque embrioni. Nel 2003 l’esplosione irachena si porta via Stefano e il loro sogno: la legge vieta la maternità post mortem e Adele intraprende una lotta per il riconoscimento dello status more uxorio. Quando nel 2005 decide di donare gli embrioni alla ricerca, scopre che la legge 40, entrata in vigore nel 2004, lo vieta.
Che sentimenti restano oggi per quel figlio mai nato?
«Nessuno. Non avrò l’istinto materno ma a me un figlio non manca, mi metteva ansia il pensiero di un rapporto così totalizzante. Forse i nostri tentativi non sono andati a buon fine anche per questo. Stefano invece sarebbe stato un ottimo padre, era più lui che voleva un bambino. Diceva “Chissà come sarebbe un figlio tuo”. Mi manca tanto, ogni giorno, nonostante siano passati tutti questi anni».
Come era la vita con lui?
«Straordinaria. Era buono, sempre allegro, generoso. Anche per questo non ho trovato un nuovo compagno: ho tentato, non ce l’ho fatta. Come si fa, quando hai condiviso la tua vita con un uomo così eccezionale…».
La spaventa non sapere quale sarà il futuro dei vostri embrioni?
«No, non ci penso. Bisogna andare avanti, pensare ai progetti nuovi, al domani. Non restare impantanati nelle possibilità, in quello che potrebbe essere e non è. Come fanno in tanti. Come facevo prima anch’io. Crescendo si cambia, per fortuna. Si sopravvive».
Come sono stati questi anni di lotte?
«Molto pesanti, perché sono battaglie che ti fagocitano. Non puoi dire “non ne voglio più parlare”. Magari ci provi, ma poi bisogna seguirle, impegnarsi».
Guardandosi indietro, le rifarebbe?
«Si, le battaglie sì, forse anche di più. Anche se ho fatto e faccio una grande fatica perché sono riservata, timida. Eppure agguerrita. Sono dovuta diventarlo per difendermi, per far rispettare i miei diritti, per non soccombere».
Cosa l’ha ferita di più?
«Il fatto che volessero cancellare il mio amore con Stefano. Come se quei dodici anni di vita insieme non fossero mai esistiti, non significassero nulla. Non ho potuto accettarlo. Sono timida ma tignosa. Quando mi arrabbio divento una bestia, meglio lasciarmi stare. Una volta ho picchiato Stefano, gli erano rimasti dei segni sul collo, sulle braccia. Gli chiedevano: “Che hai fatto?” E lui: “Sono caduto nel roseto”. Il roseto? Mi faceva ridere questa risposta! Così quando mi faceva arrabbiare gli dicevo “Stai attento, che ti ributto nel roseto” ».
Qual e stato il momento più duro?
«Il riconoscimento dello status more uxorio. Poiché non eravamo sposati venivo trascinata via a forza dalle commemorazioni, trattata come una delinquente mentre sono una vittima. Come Stefano, che non è stato un eroe. Ma io non ho mollato. Mi sono comportata da pazza, presentandomi a tutte le cerimonie. Volevo difendere il nostro amore, non diventare una bandiera delle unioni civili».
Come è andata a finire?
«Non mi è stato ancora riconosciuto il risarcimento danni per la sua morte. Ho vinto la causa ma il ministero della Difesa ha fatto ricorso. Capito in Italia come siamo messi? Ai giovani dico scappate, se potete. Perché qui la situazione è invivibile».
Come ha preso la decisione della Corte di Strasburgo?
«Sono addolorata, perché in Italia non se ne esce da questo empasse di ipocrisia totale. Gli embrioni non si possono donare alla scienza, ma per fare ricerca li importiamo dall’estero. Il no di Strasburgo però non è in assoluto per tutti, è solo per il mio caso. Chissà, se il ricorso l’avesse fatto un malato, forse…».

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.